16 ottobre 1943

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la deportazione degli ebrei di Roma

 

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Adriano Ossicini

Politico italiano, antifascista, nel corso della seconda guerra mondiale subì la carcerazione per ordine del Tribunale Speciale e successivamente prese parte alla Resistenza

A Roma molti ebrei e perseguitati dai nazisti si rifugiarono nell’ospedale Fatebenefratelli. La memoria di quei terribili giorni

Quella notte (del 16 ottobre 1943, ndr) ero in corsia dentro l’ospedale Fatebenefratelli per operare una paracentesi e, all’alba, dalle finestre mi accorsi di quanto stava accadendo: quella che è rimasta segnata nella storia come la drammatica razzia del Ghetto di Roma. Perciò, non solo la ricordo ancora con angoscia, ma ho in qualche modo partecipato a quell’avvenimento non solo emotivamente, ma cercando anche di impegnarmi, nei limiti del possibile, per fare qualcosa di utile.

Infatti, non appena mi resi conto di quello che stava succedendo, fui chiamato all’ingresso dell’ospedale dal mio amico Giulio Sella, un vecchio combattente antifascista, il quale dopo essere stato a lungo in carcere, sopravviveva facendo il guardiano del vicino dormitorio di Santa Maria in Cappella. Scesi e mi disse: «Vediamo di fare qualcosa». E difatti, con il suo aiuto, riuscimmo (purtroppo in pochi casi) a far sfuggire alcuni giovani ebrei alla rappresaglia, prima che venissero caricati sui camion, come si trattasse di bestie, per essere deportati nei campi di concentramento, ricoverandoli come pazienti nel Fatebenefratelli.

Ricordo ancora lo straziante grido di una madre in quell’alba, a via della Reginella, che urlava al figlio piccolo: «Scappa via, bello de mamma, scappa!». Questo ricovero degli ebrei facendo finta che fossero pazienti divenne poi, con l’aiuto del coraggioso primario, il professor Giovanni Borromeo – il quale per questa sua azione ha avuto poi, postumo, un riconoscimento solenne da Israele – abbastanza sistematico ed i soggetti ricoverati furono numerosi. Sembra impossibile che ci sia ancora qualcuno che, non solo ignori questo dramma, ma che possa solidarizzare con uno dei più grandi delitti della storia.

In un mio volume nel quale documento le vicende di quell’epoca, sono riuscito a riprodurre l’elenco, pressoché completo degli ebrei che allora ricoverammo come pazienti. Sulla loro cartella dovevamo per forza scrivere qualcosa, per distinguerli dagli altri pazienti e ad un giovane medico ebreo, Giorgio Sacerdoti, venne in mente di metterci “sindrome di K”. Di fatto, esistono varie malattie che cominciano con la lettera K, ma in questo caso, in modo quasi ironico, il “morbo di K” voleva sintetizzare, con questo termine, “morbo di Kesserling”, nome dell’ufficiale nazista, razzista e persecutore.

Il Fatebenefratelli, perciò, divenne in qualche modo un porto sicuro, non solo per gli ebrei, ma per altri fascisti perseguitati. Borromeo fece nascondere, per un certo tempo come malati, uomini politici come Spataro, Cevolotto, la Medaglia d’Oro Cabruna e molti altri che, ovviamente, io riconoscevo per la loro fisionomia, ma che erano sotto falso nome.

Incontrai Romita, vidi passare (non credo come paziente, ma in visita) Perrotti; ci fu ricoverato il noto sindacalista cattolico Achille Grandi. Insomma, personalità politiche, oltre che perseguitate, ebbero ampio ricovero al Fatebenefratelli. Ma quello che è più importante è che il priore, fra Maurizio, ci fece impiantare nei sotterranei dell’ospedale una radio trasmittente, con la quale comunicavamo con il Comando alleato di Brindisi.

Questa radio ci fu molto utile e fra Maurizio il quale, per misteriose capacità – aveva confidenze di varia natura – quando venne a sapere che quella radio era stata individuata e che sarebbero venuti a cercarla, fece a tempo a buttarla nel Tevere. Del resto, era una tradizione, quella di questo ospedale, di dare rifugio a perseguitati visto che, benché ospedale religioso, ospitò dei feriti durante i combattimenti al Gianicolo dei patrioti contro le truppe papali. Io stesso ebbi una notevole copertura dall’ospedale stesso, in quanto mi fu fornito un documento che indicava qual era il mio ruolo nell’istituto, cosicché, se fossi stato fermato, questa mia posizione avrebbe potuto coprirmi in qualche modo. Il che era vero per un “fermo” superficiale, perché se invece fossi stato portato presso un qualche commissariato, il fatto che ero schedato come “sovversivo, latitante” e che c’era una taglia su di me, avrebbe annullato certamente il valore di qualsiasi documento ospedaliero.

E questo purtroppo avvenne. Un giorno fui preso in una retata e fu dovuto ad una mia iniziativa, ovviamente sorretta dalla drammaticità della situazione, il fatto che me la cavassi. In seguito a questa retata, infatti, io e altre persone eravamo stati portati in una specie di commissariato vicino a Santi Apostoli e ci avevano messi in fila, mentre in fondo, dietro ad un tavolo, un tedesco e un fascista ci controllavano i documenti. Io mi resi conto che per me era finita se fossi arrivato davanti a quel tavolo, visto che ero schedato come sovversivo.

Ed allora, con un atteggiamento dettato dall’istinto di conservazione, poiché mi trovavo in fondo alla fila, mi rigirai, salutai romanamente il piantone ed uscii. Questo mio gesto fu così spontaneo che, lì per lì, nessuno se ne accorse. Poi uscito, corsi come un matto fino al Fatebenefratelli.

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