16 ottobre 1943

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la deportazione degli ebrei di Roma

 

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Al Ghetto la memoria della deportazione degli ebrei di Roma

La manifestazione di Comunità di Sant'Egidio e Comunità ebraica, in ricordo del 16 ottobre 1943. Dureghello: «L'antisemitismo non è piaga sconfitta»

da RomaSette.it, del 19/10/2020
di Roberta Pumpo

L’esigenza di ricordare le barbarie perpetrate dagli uomini nei confronti di altri uomini è più forte del virus. La necessità di parlare alle nuove generazioni di razzismo e di antisemitismo, piaghe «tutt’altro che sconfitte», non può essere zittita dalla pandemia. È il pensiero comune delle istituzioni che sabato sera, 17 ottobre, si sono ritrovate al Portico d’Ottavia per ribadire che “Non c’è futuro senza memoria”, titolo della manifestazione che per il ventiseiesimo anno ha visto la Comunità di Sant’Egidio e la Comunità ebraica di Roma unite per ricordare la deportazione degli ebrei romani, avvenuta il 16 ottobre 1943. Quest’anno però l’emergenza sanitaria ha costretto gli organizzatori ad annullare il “pellegrinaggio della memoria” che silenzioso ripercorreva il tragitto fatto dai 1.024 ebrei che 77 anni fa furono rastrellati e trasferiti nei campi di concentramento di Auschwitz-Birkenau, tra i quali oltre 200 bambini. Tornarono a casa 15 uomini e una sola donna, Settimia Spizzichino. L’evento si è svolto quindi nel ghetto, nel pieno rispetto delle norme di distanziamento fisico. Nelle prime file, tra i giovani che reggevano i cartelli con i nomi di diversi campi di concentramento – da Auschwitz a Bergen-Belsen, Ravensbrück, Gross Rosen, Mauthausen, Dachau -, il vescovo Ambrogio Spreafico, presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo della Cei, e il vescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita.

Alle 5.15 del 16 ottobre 1943, ricordato come il “sabato nero del ghetto”, pioveva quando 300 soldati tedeschi bussarono alle porte delle famiglie del ghetto consegnando a chi apriva un biglietto dattiloscritto con un ordine perentorio: essere pronti in 20 minuti, portate cibo per otto giorni, soldi, gioielli. Dopo una settimana di viaggio su un convoglio composto da 18 carri bestiame, l’arrivo al campo di concentramento di Auschwitz. Per Ruth Dureghello, presidente della Comunità ebraica di Roma, 77 anni fa «il degrado, la disumanizzazione, l’odio, il male erano riusciti a infondere tanta cattiveria nell’essere umano da produrre l’inenarrabile». Oggi che il Covid-19 costringe nuovamente ad allontanarci, è urgente «essere ancora più uniti e vicini» e trasmettere la memoria di quegli anni alle nuove generazioni. «Abbiamo tutti un’enorme responsabilità per gli odiatori che continuano a scrivere e a diffondere il male nella società – ha detto Dureghello -, perché il pericolo del negazionismo, del revisionismo, della banalizzazione, della negazione è dietro l’angolo e può produrre tanto male. L’antisemitismo non è una piaga sconfitta: essere ebrei è un’identità da preservare, un’umanità da portare avanti».

Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, ha affidato il ricordo di quella fredda e piovosa mattina dello Shabbat alle pagine del diario di Michele Tagliacozzo, un ebreo romano, giovane all’epoca del 16 ottobre, che riuscì a salvarsi grazie «a una modesta lavandaia» che lo nascose in casa sua. Fare memoria dopo 77 anni è importante perché «abbiamo bisogno di luci forti- ha detto -. Ne abbiamo bisogno in questo tempo confuso, in cui ci siamo abituati, sul quadro internazionale, a convivere con la violenza, il terrorismo e la guerra. Un tempo in cui non è normale immedesimarsi nell’altro che soffre, anzi se ne sfugge».

Dal rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni il ringraziamento ai partecipanti alla manifestazione perché la presenza di tante persone «assume il significato di vigilanza e di monito affinché ideologie e comportamenti aberranti non trovino spazio nella nostra società». Sabato la comunità ebraica ha celebrato la festa dello Shabbat Bereshit, giorno in cui si inizia la lettura della Torah, libro in cui è scritta la storia della creazione dell’uomo, «una storia di per sé “antirazzista” – ha concluso Di Segni -. Rappresenta l’esaltazione della grandezza dell’uomo e dell’uguaglianza dell’umanità».

Per il sindaco Virginia Raggi la comunità ebraica è «parte integrante» di Roma, città «antifascista che ripudia il razzismo e l’antisemitismo». È per confermare questa identità che è importante «cambiare l’intitolazione di alcune strade ancora dedicate ai sottoscrittori del manifesto della razza». Questa iniziativa del Campidoglio è stata «bollata come poca cosa- ha aggiunto il sindaco – ma questo dice da che lato della storia vogliamo stare». A causa del coronavirus quest’anno non sarà possibile organizzare l’annuale viaggio della memoria con gli studenti ma Raggi ha invitato a strutturare l’evento «in un’altra forma perché non vada perduto questo appuntamento fondamentale».

Il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha ricordato la mamma Emma Di Capua, morta l’8 ottobre, che il 16 ottobre 1943 si salvò con la sorella e i genitori «quasi per caso» e ha sottolineato che non bisogna fare memoria solo delle vittime della Shoah ma «anche di chi non è mai nato a causa di quella tragedia». Quindi, venendo all’oggi della pandemia, ha evidenziato la «crescita della povertà e con essa i rischi di un incremento della rabbia sociale:  un mix – ha detto – che potrebbe diventare ideale per le ideologie della sopraffazione. È compito delle istituzioni adoperarsi per combattere questo pericolo».

 

Tags: memoria, marcia, Roma, shoah

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