16 ottobre 1943

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la deportazione degli ebrei di Roma

 

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Giornata Europea della Memoria - Il Dibattito

Memoria, un dovere europeo

da Avvenire, del 27/01/2014
di Andrea Riccardi

Bisogna ancora ricordare la Shoah? Le memorie ufficiali possono diventare polverose. Talvolta l’ufficialità di tante «memorie» nel nostro Paese provoca fastidio tra i giovani. I testimoni ci hanno finora aiutato a sentire vicina la drammaticità della Shoah. Con la loro scomparsa, siamo in una nuova stagione. Tuttavia anche i testimoni hanno faticato nel dare la loro testimonianza.

Ho conosciuto bene un’ebrea romana, catturata nella razzia del 16 ottobre 1943 e tra i pochi ritornati dalla Germania, Settimia Spizzichino. Al ritorno constatò come la gente non volesse ascoltarla, perché si  sentiva piena di problemi e vittima della guerra. Settimia tacque per decenni, silenziata dal vittimismo degli altri. Solo negli ultimi due decenni tanti testimoni hanno potuto parlare ed anche Settimia comunicò ai giovani l’orrore della Shoah.

Ho conosciuto un altro ebreo romano, sfuggito alla razzia, nascostosi in Laterano e poi altrove, temendo un’invasione tedesca nell’area lateranense: Michele Tagliacozzo. Michele, dalla fine della guerra, raccolse documenti sulla Shoah per provare quell’infamia: storico e amico degli storici più giovani, a cui forniva materiale. Spizzichino e Tagliacozzo hanno conosciuto stagioni e modi differenti in cui rendere testimonianza.

Sono convinto che abbia ragione lo storico Lucien Febvre, quando diceva: «Per vivere occorre anche dimenticare». Ma la vicenda della Shoah s’impone tra i tanti altri ricordi destinati a cadere. Non solo per l’orrore industriale della macchina di morte nazista. Ma anche perché segna l’inizio della storia contemporanea. Il processo di unificazione dell’Europa e il radicamento del continente nella democrazia partono da Auschwitz, anzi dal rifiuto della Shoah. Infatti la Shoah non è solo un fatto tedesco, come talvolta si dice. No, è una storia europea, cui hanno partecipato volenterosi collaboratori, italiani, francesi, austriaci, ucraini, croati, slovacchi, cechi, ungheresi, lituani, estoni, lettoni, polacchi ed anche altri. È una storia europea complessa, non riducibile alla sola vicenda delle vittime e dei carnefici.

Oggi ricordare vuol dire indagare la complessità storica e raccontarla. Tanti collaborarono al massacro. Ci fu l’appropriazione dei beni ebraici, su cui poco si è scritto. Molti europei hanno lucrato sulla Shoah. Non pochi hanno tradito o venduto gli ebrei. I «mostri» nazisti non erano soli. Di fronte al male, imposto da un regime totalitario, però si può scegliere da che parte stare. La storia della Shoah mostra che, anche in casi di estrema coercizione, si può resistere.

È la storia del riconoscimento dei «Giusti tra le nazioni», che nasce dall’iniziativa d’Israele dal 1962: piccoli e grandi hanno salvato gli ebrei lottando a mani nude. Ne sono stati individuati circa 25.000 con una procedura accurata. Ma il loro numero è maggiore. Aharon Appelfeld ha scritto: «Ogni uomo che si è salvato durante la guerra, si è salvato grazie a una persona che, in un momento di grande pericolo, gli è venuta incontro». Ha concluso: «Nei campi di concentramento non abbiamo visto Dio, ma abbiamo visto i giusti».

Ho studiato la Shoah a Roma dagli anni Settanta e ho avuto l’opportunità di incontrare parecchi «Giusti», specie chi nascondeva gli ebrei negli istituti ecclesiastici. Perché lo facevano, talvolta introducendo famiglie negli ambienti claustrali e creando convivenze inedite tra ebrei e religiosi? Rispondevano con naturalezza e senza senso eroico: «Come non farlo? Era volontà del papa». Alla mia richiesta di una prova della volontà di Pio XII, mi rispondevano con un sorriso: erano tempi calamitosi e nessuno creava una simile prova. Approfondendo negli anni successivi questa storia in cui «metà Roma nascondeva l’altra metà», mi sono reso conto della forte iniziativa spontanea (di religiosi, suore, preti, prelati) all’origine dell’ospitalità clandestina. Intorno alle parrocchie e agli istituti, si sviluppava anche quella di alcune famiglie romane. Molti scelsero di rischiare.

Non si può dividere la base dal vertice. L’iniziativa spontanea s’incrociava con la volontà dei «superiori»: Pio XII e i suoi collaboratori. In alcuni casi, costoro stimolarono l’ospitalità, in altri la consentirono (come nascondere uomini tra le monache di clausura senza permesso?), sempre la sostennero e la coprirono diplomaticamente di fronte ai tedeschi. È la storia di un mondo di «giusti» che si accorse (forse tardivamente) dell’orrore dell’antisemitismo e che resistette. Fu un piccolo popolo di giusti (anche organizzato: come nutrire tanti nascosti?). Il papa e i suoi collaboratori sentirono la responsabilità di gestire un ampio mondo clandestino di ebrei, antifascisti, renitenti alla leva, ricercati dai nazifascisti.

L’ha rilevato anche Anna Foa. L’imperativo era salvare vite umane. Il dibattito sui «silenzi di Pio XII» ha quasi nascosto questa realtà che ora ritorna alla luce. Parlarne non porta a diminuire il dramma, ma a capire meglio la storia di quello che Settimia Spizzichino chiamava «il più grande furto della storia»: gli anni rubati a milioni di esseri umani.

Tags: Vaticano, shoah, Roma, deportazione, Pio XII

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