16 ottobre 1943

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la deportazione degli ebrei di Roma

 

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23 ottobre 1943

Auschwitz: oltre la soglia dell'inferno

Brano tratto e adattato dal volume “Sabato nero” di Robert Katz, Rizzoli, 1973

Verso le undici di sera del 22 ottobre 1943 il treno si arrestò. Sebbene i passeggeri non lo sapessero, il treno era davanti alla porta entrale di Auschwitz-II, in campo di sterminio, Birkenau. Il convoglio era arrivato troppo tardi per entrare nel campo quella sera stessa. All'infuori di qualche lontano latrato di cane e del rumore di qualche treno che passava anche a quell'ora, Auschwitz era silenziosa. Gli ebrei di Roma avrebbero dovuto attendere il mattino per entrare.

I viaggiatori, però, erano ancora ignari di essere giunti a destinazione, anche se molti di essi lo immaginavano. Dai loro finestrini potevano scorgere la forte illuminazione che inondava di luce il campo ogni notte, uno spettacolare spreco di elettricità che si notava grande distanza. Lo stesso cielo era illuminato da un bagliore rossastro; al tempo stesso si percepiva un leggero odore dolciastro,come se stesse bruciando qualcosa di insolito. Molti passeggeri dormivano.

Poco prima dell'alba, Arminio Wachsberger si svegliò. Disteso sul pavimento del vagone, riusciva a vedere fuori attraverso una fessura della parete, riuscendo a distinguere i contorni di un edificio. Sopra l'edificio, collegati al tetto, si vedevano palloni frenati, che si dondolavano nell'aria legati a lunghi cavi; dovevano servire di protezione dai bombardamenti dell'aviazione nemica. Anche la figlioletta di Wachsberger si era svegliata. Egli la sollevò all'altezza del finestrino del vagone, per farle vedere i palloni nel cielo mattutino, che andava via via rischiarandosi. All'esterno, una SS vide la bambina. Si chinò bruscamente verso terra, prese un grosso sasso e cercò di tirarglielo in faccia. La bambina si ritirò, spaventata ma incolume, perché il proiettile, dopo aver sbattuto contro l'inferriata del finestrino, ricadde a terra.

Dopo quel barbaro gesto contro una inerme creatura indifesa il padre ebbe a dire più tardi «avevo finalmente capito che eravamo arrivati alla soglia dell'inferno».

La selezione

Auschwitz cominciava a muoversi. I passeggeri, all'interno del treno in attesa, potevano notare una grande agitazione, e poco dopo i vagoni furono aperti.

«Alle aussteigen» cominciarono a ripetere le guardie, e anche se le parole non venivano capite, era chiaro che si trattava dell'ordine discendere dal treno.

Non era ancora pieno giorno, ma la banchina sulla quale discesero gli ebrei era vivacemente illuminata. Grandi riflettori eliminavano ogni ombra. I passeggeri, sgomenti di fronte a questa luce, socchiudevano gli occhi e incespicavano in quello che sembrava uno scenario preparato per girare un film.

C'erano tedeschi dappertutto, che gridavano e gesticolavano confusamente. Uomini con vestiti a righe si muovevano silenziosamente fra la folla che andava aumentando. Essi cominciarono a togliere di mezzo i bagagli, la spazzatura e i morti, dai vagoni aperti. Sulle loro logore uniformi erano cuciti due triangoli di stoffa che formavano l'esagonale Stella di David. E sopra a questa c'era una lettera che indicava la loro nazionalità e un numero di 6 cifre.

Alcuni ebrei romani osservarono i loro correligionari degli altri paesi. Agli italiani parvero di una magrezza impressionante, con gli occhi vuoti e senza sguardo. Wachsberger tentò di parlare loro in tedesco, francese, yiddish e persino in quel po' di ungherese che aveva imparato da sua madre. Ma quelli non rispondevano, né davano segno di avere capito. Alla fine uno di loro, un ebreo francese, borbottò rapidamente: «Se ti chiedono che età hai, di che non hai ancora trent'anni». Wachsberger si domandò che cosa volesse intendere.

A parte l'aspetto degli abitanti, però, la scena non appariva allarmante. Anzi, considerata da certi punti di vista, era rassicurante, poiché tutto quello che avevano detto prima i tedeschi ora si dimostrava vero. Erano arrivati al campo di lavoro, e il terribile viaggio era ormai finito. I tedeschi erano rigidi, però si dimostravano anche pazienti e comprensivi. Gli ebrei erano riconoscenti ai prigionieri in uniforme, che li avevano aiutati a svuotare i vagoni, e che venisse concesso loro tempo in abbondanza per radunarsi. Un sentimento d'autentico sollievo rianimò il gruppo; si sorridevano e facevano cenni di saluto agli amici, dai quali erano rimasti divisi durante il viaggio. La madre di Settimia Spizzichino scoprì soltanto allora che sua sorella aveva viaggiato sullo stesso treno, e ci fu un incontro commovente, che i tedeschi, discretamente, lasciarono si svolgesse indisturbato. Avevano oramai imparato che questi erano i sistemi più adatti per ottenere la massima collaborazione e per evitare disordine e panico.

Mentre gli ebrei di Roma stavano riunendosi vicino al treno, giunsero il comandante del campo Hoss e il dottor Mengele, con alcuni ufficiali delle SS. Uno di questi chiese alla scorta che aveva accompagnato il gruppo chi poteva fare da interprete. Wachsberger venne sospinto avanti. Come aveva fatto al Collegio Militare, esattamente una settimana prima, gli fu detto di salire sopra un tavolo e di trasmettere gli ordini dei tedeschi. Quando i prigionieri lo videro, capirono che dovevano prepararsi a ricevere istruzioni. Tutti tacquero e ascoltarono attentamente. Wachsberger dovette ben ricordare quel momento:

«Mi ordinarono di dire in italiano che il convoglio era arrivato alla destinazione fissata. Cioè a un campo di lavoro nel quale uomini e donne in buone condizioni avrebbero eseguito lavori ai quali erano abituati, mentre i vecchi, le persone deboli, le donne incinte e i bambini sarebbero stati trasportati in un campo vicino, dove avrebbero potuto riposare e dedicarsi a dei lavori molto leggeri. Ci assicurarono che alla sera, dopo il lavoro, le famiglie si sarebbero potute riunire. Nel frattempo, anzitutto, dovevamo fare la doccia ed essere disinfettati. Gli uomini e le donne destinati ai lavori più pesanti avrebbero dovuto recarsi a piedi nelle baracche dove erano situate le docce, nel campo di lavoro principale. Gli anziani, i deboli, le donne incinte e i bambini, affinché non si stancassero troppo, sarebbero stati trasportati all'edificio delle docce e della disinfezione, nel campo di riposo.»

A questo punto il dottor Mengele, un attillato, elegante, giovane tenente delle S.S. di trentatré anni, fece cenno con la mano a Wachsberger di mettersi al suo fianco. Mengele aveva maniere gentili e incuranti, che stavano a metà strada fra l'eccessiva ricercatezza e un notevole fascino. Gli piaceva fischiettare arie wagneriane e lo faceva senza interruzione.

Egli disse a Wachsberger d'informare gli altri che come direttore medico del campo, egli avrebbe cominciato a scegliere quelli che gli sembravano fisicamente validi per il lavoro. Tutti gli ebrei dovevano sfilare davanti a lui, egli disse, e li avrebbe divisi in due gruppi, uno dei quali doveva salire sui camion, mentre l'altro, invece, doveva rimanere in piedi sui binari della ferrovia, le donne divise dagli uomini.

Wachsberger impartì queste spiegazioni in italiano e la selezione come fu chiamata - incominciò. L'operazione si svolse con continuità, solo con le poche difficoltà che insorgevano quando coloro che credevano di restare uniti venivano invece divisi. Gli inseparabili fratelli Amati furono mandati in direzioni opposte. Michele, di diciassette anni, ebbe il permesso di rimanere con suo zio nel gruppo di lavoro, mentre Alberto, di tredici, dovette raggiungere sua nonna nell'altro gruppo. Alberto tentò due volte di raggiungere di soppiatto suo fratello, ma tutte e due le volte fu fermato dalle guardie tedesche.

Quando la cernita giunse al termine, circa 600 persone erano state scelte per il trasporto sui camion; e 450 per la marcia a piedi 6. La composizione dei due gruppi era più o meno conforme alle aspettative, ma con molte eccezioni. Il gruppo di lavoro era costituito da giovanetti e uomini e donne giovani, ma non mancavano uomini più anziani. Il gruppo più numeroso comprendeva anche degli uomini validi, alcuni meno anziani di altri che facevano parte del gruppo di lavoro, ma che avevano un aspetto più malandato, soprattutto perché la barba di una settimana li faceva apparire più vecchi di quello che fossero in realtà. Pochi tuttavia protestarono contro queste incongruenze, soprattutto perché Mengele offrì loro la possibilità di modificare parzialmente la situazione.

Indirizzandosi a quanti erano stati selezionati, fece dire a Wachsberger: «Voi ora siete sul punto di recarvi in un altro campo, a circa dieci chilometri da qui. Chiunque si senta troppo stanco per percorrere a piedi questa distanza, è libero di unirsi a quelli che vanno in camion».

Dei 450 componenti il gruppo di lavoro, circa 250 persone accettarono l'invito del dottore delle S.S.. Si avviarono di corsa verso i camion e raggiunsero le loro famiglie, lasciando dietro di sé quelli che per una ragione o per l'altra non desideravano attirare l'attenzione sulla loro spossatezza – un esaurimento eccezionale che tutti, forti e deboli, sentivano.

Oramai i camion erano pronti per partire. Wachsberger, persuaso di avere finito il suo lavoro, si avviò per raggiungere la moglie e la bambina, che erano state scelte per il gruppo più numeroso, e che erano salite sopra un camion.

«Dove state andando?» chiese Mengele.
«Dalla mia famiglia», rispose.
«No, no, Dolmetscher, voi dovete stare qui».

Tanto Mengele che Hoss gli dissero che la sua opera di interprete era necessaria; gli diedero l'ordine di raggiungere gli ebrei che aspettavano di andare a piedi verso il campo di lavoro. «I due mi consolarono – ebbe a ricordare Wachsberger – dicendomi che avrei potuto rivedere la mia famiglia quella sera stessa nel campo di riposo».

Non gli rimase che obbedire. Il gruppo di lavoro era ridotto ormai a 154 unità di sesso maschile e 47 di sesso femminile.

Già i camion avevano avviato i motori e cominciavano a muoversi, sollevando nubi di polvere dal terreno molle; i prigionieri si salutarono, chiamandosi per nome e col cenno della mano. Settimia Spizzichino e la sorella Giuditta, tutte e due scelte per il servizio di lavoro, dissero «ciao» alla mamma e all'altra sorella Ada e alla figlioletta di questa.

Lazzaro Anticoli, che era stato separato da sua moglie, dai gemelli e dalla bimbetta, cercava di scorgerli fra i volti dei prigionieri sui camion. Non riuscì a vederli, e poco dopo i camion erano spariti.

Le S.S., uomini e donne, presero in consegna gli ebrei romani rimasti a piedi. Si formarono due colonne, divise secondo il sesso; fu udito un ordine che somigliava a un latrato. I prigionieri si incamminarono per compiere quei tremendi dieci chilometri che erano stati loro preannunciati.

Il treno era ancora fermo sui binari; era stato ormai svuotato di tutto quello che conteneva. Pile di bagagli e mucchi di spazzatura giacevano sulla banchina, come se il treno li avesse vomitati dalle porte aperte. Oramai era giorno e quasi tutti i tedeschi che si erano affaccendati fino allora se ne andarono. Un angoscioso silenzio avvolse il paesaggio. Il vento soffiava sul terreno paludoso, fischiando con un sibilo insistente, piegando l'erba selvaggia, rintronando le orecchie. Mentre i prigionieri procedevano nella loro marcia, l'urlo del vento si faceva sempre più alto e impetuoso.

Dopo aver percorso non più di mezzo chilometro, fu loro ordinato di fermarsi, e fu detto loro che erano già arrivati. Si trovavano davanti al centro dell'ampio ingresso, diviso in due ali, di Birkenau; di qui passarono attraverso un'apertura nella massiccia barriera di mattoni. Gli uomini furono condotti nelle baracche per la quarantena che si trovavano immediatamente a destra dell'ingresso e le donne, invece, in un impianto analogo a sinistra.

Molti di loro non riuscivano a capire perché i tedeschi avevano detto che la distanza da percorrere a piedi sarebbe stata tanto più lunga di quella che era risultata in realtà. E si meravigliavano anche che i tedeschi avessero acconsentito che alcuni membri del loro gruppo si unissero di loro spontanea volontà a quelli che partivano coi camion. Ma era facile, per loro, con una semplice scrollata di spalle, non badare più a questi problemi.

Le camere a gas e i crematori di Birkenau

Gli 850 ebrei romani, trasportati coi camion, finirono anch'essi a Birkenau. Entrarono percorrendo una strada fangosa che, dopo aver incrociato dei binari ferroviari laterali, che penetravano nel campo, li seguiva parallelamente e arrivava proprio alle porte di due edifici bianchi di recentissima costruzione. Questi impianti, che erano stati completati soltanto pochi mesi prima, erano contrassegnati con le sigle K-II e K-III. Quest'ultimo si trovava a destra dei binari e l'altro alla sinistra della strada. Di solito, si parlava di questi edifici come di bagni, ma gli abitanti del campo li chiamavano forni. In realtà, erano le nuovissime camere a gas e i crematori di Birkenau.

Era un grandissimo campo, ancora in via di completamento. I nuovi arrivati da Roma potevano vedere, osservandole attraverso i binari laterali della ferrovia, monotone file di baracche in legno, lunghe e basse, che arrivavano quasi fino all'orizzonte. Dalla parte opposta si vedevano baracche diversamente costruite, ma non meno uguali. Il terreno era perfettamente piatto. Il cielo ricopriva ogni cosa. Il campo sembrava abbracciare il mondo intero. Si potevano sempre sentire cani che abbaiavano e uccelli che pigolavano, ma non se ne scorgeva neanche uno, e in lontananza risuonava il brontolio continuo dei treni che andavano e venivano da Cracovia. Di tanto in tanto si udivano i sospiri degli internati, e loro grida, talvolta i loro terrificanti lamenti, il più delle volte un pesante, rumoroso ansare.

In più, gli ebrei romani poterono scorgere una cortina di reticolati di ferro spinato che si stendeva in tutte le direzioni; un esercito disciplinato di pilastrini in cemento, posti a intervalli regolari di circa un metro e mezzo l'uno dall'altro, manteneva il reticolato in posizione verticale. Questi pilastrini erano lunghi e sottili e avevano un'altezza di circa due metri e mezzo. Sulla cima, i pilastrini formavano un'aggraziata curva che rassomigliava stranamente a un serpente, che in forza di un incantesimo si trovasse in posizione eretta e appena un poco arretrasse il capo per essere pronto a colpire, in quello stesso istante. Questa immagine era viepiù rafforzata dalla presenza, su ogni terzo o quarto sostegno, di una lingua di metallo che malignamente s'incurvava proprio nel punto in cui avrebbe dovuto trovarsi la bocca del serpente. Una lampada pendeva da quella lingua. I serpenti guardavano da ogni parte e perciò in qualunque punto del campo uno si trovasse, l'orrendo oggetto lo fissava. Allineati come grossi bottoni su un petto, vi erano gli isolatori di porcellana, ai quali il reticolato era collegato per mezzo di cavi ad alta tensione, che portavano 6000 volts di elettricità attraverso tutta la barriera di filo spinato.

Quest'ultima circostanza non era ancora nota agli ebrei di Roma; coloro che erano stati trasportati dai camion, naturalmente, non l'avrebbero saputo mai. Pochi minuti dopo che avevano lasciato il luogo dove erano stati scelti, essi entrarono nelle camere a gas, che essi credevano stanze per le docce e la disinfezione. Fu loro impartito l'ordine di scendere dai camion. Si formarono due gruppi di quasi ugual numero, che si radunarono all'esterno dell'edificio bianco.

Nell'anticamera di cemento e acciaio che portava alla camera a gas nella quale gli ebrei di Roma stavano per entrare, i tedeschi e i Sonderkommandos li aspettavano con differenti gradi di impazienza. Ma la curiosità che si era risvegliata qualche giorno prima, era sentita da tutti – e più che mai, a quanto pare.

Circa un'ora prima, dopo l'Appel mattutino, essi erano stati informati dell'arrivo degli ebrei di Roma avvenuto durante la notte. Si erano tenuti pronti a riceverli già dalle ultime ventiquattro ore. Il giorno prima, a quella stessa ora, c'era stato un falso allarme. Aspettando di accogliere un po' meno della metà dei «cinquemila ricchi ebrei italiani», avevano invece mandato loro soltanto un piccolo gruppo di «mussulmani» deportati, ammalati e indeboliti, che erano stati scelti dai vari campi di lavoro e dagli impianti industriali di Auschwitz. Ora, comunque, ne avevano avuto la notizia ufficiale e non ci poteva essere più alcun dubbio che in quella stessa mattina essi si sarebbero trovati a faccia a faccia con gli ebrei di Roma e immaginavano quindi che il lavoro quel giorno sarebbe stato molto intenso.

All'esterno, il primo gruppo di ebrei era pronto a entrare nel "bagno". Questo locale era più basso rispetto al livello del terreno e bisognava perciò scendere una rampa per entrarvi. Il terreno, fuori, era costituito da un prato ben tenuto, da cui spuntavano certi oggetti in cemento, che rassomigliavano a grandi funghi. Un po' più indietro, sistemato sul tetto dello stabilimento dei bagni, vi era un gigantesco camino bianco.

Gli ebrei di Roma scesero per la rampa. I membri dei Sonderkommandos, vestiti di uniformi a righe e calzati di stivali di gomma, assistevano e osservavano Uno dei membri della squadra speciale era un ebreo cecoslovacco di nome David Karvat. Considerava gli ebrei di Roma con la stessa curiosità di tutti gli altri; più tardi descrisse tutto 1'episodio. Il testo che segue, è ricavato da una trascrizione di quanto egli raccontò:

«...arrivarono dal campo di smistamento che era ad Auschwitz n. 1, gli autocarri, ma non molti come se ne aspettavano. Forse 500 o 600 persone, ma non più, mentre secondo i calcoli se ne aspettavano duemila destinati all'eliminazione tra i cinquemila arrivati. Sorpresa che tra gli arrivati vi sono molti giovani uomini e donne che sarebbero dovuti restare tra i prescelti al lavoro. Altra sorpresa che non sono ricchi come ci avevano detto. Gli olandesi e i francesi ricchi erano meglio vestiti. Poi gli italiani vestivano con abiti leggeri e tutt'altro adatti che al clima di qui.

È difficile farci intendere a causa della lingua e questi italiani parlano solo italiano. Le S.S. cercano di spiegare la solita storia delle docce. Nessuno comprende e succede un po' di confusione. Poi un uomo anziano e ben vestito mostra una fila di medaglie e grida qualcosa in tedesco che non comprendo. A questo punto il gruppo incomincia a scomporsi. Alcuni bambini tentano di unirsi ad altre persone e molti vi riescono attaccandosi strettamente a loro. Poi all'improvviso alcune grida di donna. A questo punto una delle S.S. si fa avanti e colpisce la donna con una bastonata e le strappa il bambino che aveva con sé. Il bambino viene spinto entro l'ingresso dell'edificio. Qui altre S.S. fanno la stessa cosa con altre donne. Allora incominciano tutti ad entrare e il lavoro viene reso più facile. Solo allora noto che una bambina giace sul terreno, davanti l'ingresso, con la testa ferita.

Quello di cui ho parlato era il primo gruppo. Il secondo gruppo attendeva non distante, ma non poteva né vedere né sentire quello che stava accadendo poiché un muro ed alcuni edifici lo separavano da noi. E poi l'abituale chiasso che ogni mattina riempiva il campo, copriva ogni altro rumore.

Dopo che tutti erano entrati le cose procedettero come ogni altra eliminazione...

Un "direttore dei bagni" prese in consegna il gruppo; disse ai prigionieri di togliersi tutto quello che avevano indosso e di mettere quanto rimaneva nelle loro tasche e nelle loro borse sopra un grande tavolo. Essi appesero i loro vestiti a dei ganci, sotto ai quali si leggeva in varie lingue la scritta: «Se volete riavere i vostri effetti personali quando uscite, per favore ricordate il numero del vostro gancio»). Vennero distribuiti loro asciugamani e sapone. Tranquillamente entravano cosi nella camera vuota. Avevano sofferto un'intera esistenza di disinganni e ora restava loro un'ultima truffa da sopportare.

Quando tutti furono entrati, le pesanti porte metalliche della camera a gas furono chiuse ermeticamente. I prigionieri potevano ancora essere osservati attraverso un grosso vetro che interrompeva la superficie della porta. Essi riempivano il locale soltanto per il 25 % della sua capacità; era un ambiente lungo e stretto, vuoto di qualsiasi ingombro, fatta eccezione per alcuni pilastri metallici e per gli impianti delle "docce" che attraversavano il basso soffitto. Molti degli ebrei guardavano i tubi, aspettavano senza dubbio che ne sgorgasse l'acqua.

Sul prato sopra le loro teste il personale tedesco si chinò sopra i funghi di cemento e li girò in senso antiorario. Le calotte furono tolte e rimasero scoperti i fori delle colonne metalliche perforate, che affondavano direttamente nelle camere a gas. Circa sei contenitori, della forma simile a quella di lattine da caffè del peso di circa mezzo chilo, ma grandi per lo meno quasi il doppio, giacevano sull'erba. I contenitori erano stati portati da un camion con un falso contrassegno della Croce Rossa. Intorno alle lattine erano attaccate delle etichette di carta bianca e rossa, con la scritta: «Giftgas! [gas velenoso!] Zyklon». Erano costati al governo tedesco cinquanta cent ciascuno. Un teschio con le ossa incrociate avvertiva che il contenuto era mortale e una scritta bene in evidenza ammoniva che il materiale doveva essere usato soltanto da personale addestrato. I tedeschi portavano maschere antigas; uno di essi incideva dei buchi nella parte superiore delle lattine, mettendo allo scoperto dei cristalli, che sembravano ciottoli bianco-azzurrini, come se ne possono vedere nel viottolo di un giardino.

I tedeschi avevano ricevuto il segnale che gli ebrei oramai erano chiusi nella camera a gas; aspettarono ancora pochi minuti per dar modo alla temperatura interna del locale di aumentare di alcuni gradi in conseguenza del calore emanato dai corpi di quegli esseri umani presi in trappola: il calore facilitava il processo di trasformazione del gas dalla sua forma cristallizzata. Quando i tedeschi ritennero che fosse stata raggiunta la temperatura giusta, il personale sanitario del campo rovesciò metodicamente i piccoli ciottoli nei tubi. Questi discesero scivolando lungo una spirale in pendenza che era stata costruita in quel modo per rallentare la caduta.

Allorché le calotte a forma di fungo furono rimesse a posto, il gas cominciò a penetrare nell'ambiente; si diffuse lentamente dai fori praticati nei pilastri. Entro pochi istanti i prigionieri s'accorsero del gas per alcuni minuti, secondo la costituzione e la condizione fisica di ciascuno, i loro corpi e le loro menti lottarono e si tesero contro l'effetto del gas. Con tutta la violenza di cui erano capaci, tentarono di sottrarsi all'azione del gas di idrogeno-cianide, che aspiravano nei polmoni. Più accanita era la loro lotta, più rapidamente era perduta la battaglia.

L'inalazione dell'acido gassoso andava distruggendo il meccanismo del corpo che permette ai globuli rossi di rinnovare la provvista di ossigeno richiesta per l'assorbimento da parte dei tessuti. I sintomi che accompagnavano questa rapida degenerazione erano il vomito, la defecazione involontaria, l'emorragia, l'ansietà e finalmente la totale paralisi del sistema respiratorio e la morte, causata da asfissia interna.

«Alla fine del procedimento» proseguiva l'esposizione di David Karvat «cominciammo a estrarre i cadaveri dalla camera a gas». Erano passati circa 25 minuti da quando la porta era stata chiusa, una settimana dalla notte in cui gli ebrei di Roma avevano dormito per l'ultima volta nei loro letti.

Furono messe in azione pompe elettriche per eliminare l'aria venefica; la camera a gas fu aperta e i Sonderkommandos, con i loro stivaloni e dopo aver messo le maschere antigas, entrarono. Si trascinavano dietro i tubi per lavare il sangue, le feci e il vomito, che insozzavano il grottesco cumulo dei morti. Con ganci e lacci, studiati appositamente per questa particolare bisogna, essi separarono i morti dall'abbraccio che li stringeva ad altri morti. Fatto questo, procedettero alla ricerca delle otturazioni dentarie in oro; persino dopo morti, questi ebrei che avevano dato il loro oro all'invasore e al protettore, offrivano un altro tributo d'oro al potente della terra. Fatto questo, vennero loro tosati i capelli. Con un montacarichi, i corpi furono portati verso i forni, già pronti a un temperatura adatta. Qui, un'altra squadra di Sonderkommandos aveva la responsabilità dell'operazione.

Karvat, nel frattempo, era ritornato ad attendere il secondo gruppo di ebrei romani. Secondo la sua testimonianza: «Il secondo gruppo entrò invece calmo ed ignaro della sorte. Questa volta un prigioniero che conosceva l'italiano spiegò bene ogni cosa, secondo gli ordini delle S.S., e quindi tutti entrarono tranquilli». Dopo che il secondo gruppo fu eliminato, e fatto sparire, i tedeschi e i Sonderkommandos discussero sulla loro deludente esperienza con gli ebrei di Roma. Karvat continuò:

«Le S.S. ci spiegarono poi che i giovani erano stati subito eliminati perché immediatamente qualificati di carattere pigro e quindi non adatti al lavoro. Invece un'altra S.S. mi disse pochi giorni dopo che erano stati subito eliminati perché erano ebrei badogliani che avevano aiutato il re, anche lui di stirpe ebraica ad abbattere Mussolini.»

Tutti i Sonderkommandos che avevano assistito allo sterminio degli ebrei di Roma, a eccezione di Karvat, trasferito a un altro incarico, furono poco tempo dopo gassati anche loro.

Nel tardo, pomeriggio di quel sabato, gli ebrei romani, uccisi quella mattina, erano già, per la maggior parte, ridotti nel fumo che si spandeva nel cielo polacco. I residui del materiale osseo incombustibile vennero passati attraverso un mulino che li ridusse in una sottile cenere bianca. Sia questa che le ceneri delle carni furono trasportate al vicino fiume Sola, un tributario della Vistola, nel quale furono scaricate.

I venti cosi spinsero il fumo verso oriente e le acque trasportarono le ceneri verso occidente...

Tags: Roma, Auschwitz, shoah

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