16 ottobre 1943

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la deportazione degli ebrei di Roma

 

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Il carcere di Via Tasso

Brano tratto e adattato dal volume “Via Tasso. Museo storico della liberazione di Roma” di Arrigo Paladini, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1994

Quando i romani che hanno vissuto i giorni dell’occupazione nazista sentono pronunciare il nome di «Via Tasso» non possono non ritornare con la mente e con il cuore a quel passato, ormai remoto, e non provare ancora una volta un senso di disagio e talvolta di paura.

Tutti, anche coloro che hanno trascorso quel buio periodo magari ai margini di ogni attività di lotta, nascosti o prudentemente isolati. «Via Tasso», era per tutti essenzialmente un simbolo, senza altre aggiunte che specificassero che cosa fosse, quale drammatico luogo di tortura e di morte rappresentasse. Il simbolo della più inaudita sofferenza, della più spietata sopraffazione; il luogo dove veniva calpestata ogni dignità umana, in nome della feroce violenza che solo la barbarie di un oppressore ormai vinto può esercitare.

Via Tasso e i luoghi dell'ingiustizia nazista

A Roma vi erano altre sedi di dolore in cui si perpetravano violenze inaudite, ingiustizie inconcepibili, torture sanguinose; altre celle, da dove massacrati nel corpo, sono usciti uomini di tutti i ceti sociali, di tutte le ideologie politiche, per andare al martirio. Basterebbe pensare al carcere di Regina Coeli, alle famigerate pensioni «Oltremare» e «Iaccarino» di Koch, ai sotterranei di Palazzo Braschi della «Banda Bardi e Pollastrini, per non parlare delle tante caserme, dei tanti commissariati.

Eppure talvolta, nei discorsi dei romani, così strafottenti e arguti nelle loro battute, su questi nomi era possibile una parola che non fosse di terrore e di angoscia, magari anche una espressione beffarda e sarcastica.

Su «Via Tasso», no. Si evitava di pronunciarne il nome e, se qualche volta per necessità si doveva parlarne, si diceva piuttosto «là, a S. Giovanni», con un sottinteso inequivocabile e con la stessa istintiva paura che molti hanno delle parole, quando chiamano «brutto male» quello che più semplicemente dovrebbero chiamare «cancro».

Forse perché era l’unico luogo che fosse totalmente in mano alle S.S. della Gestapo. Forse perché nessun fascista in divisa vi è mai entrato, quasi a indicare che quello era il vero centro del potere di chi allora dominava incontrastato, da padrone assoluto, con tutta la tracotanza e la violenza di chi è abituato a schiacciare senza pietà, senza nemmeno dover far finta di condividere qualche briciola con un alleato di nome, che tuttavia disprezzava profondamente.

L'edificio

Si trattava di un grosso fabbricato, piuttosto anonimo, di recente costruzione, costituito da moltissimi appartamenti di 3 stanze e servizi semplici, destinati alla piccola borghesia romana.

Il proprietario, principe Francesco Ruspoli, aveva affittato l’intero complesso edilizio, tramite Eugenio Dollman, all’Ambasciata germanica di Roma, che risiedeva nella vicina via Conte Rosso e che in un primo momento aveva qui sistemato il suo ufficio culturale. Il palazzo spiccava nella zona per il suo chiaro colore giallo-arancio, per una certa modernità di fattezze tra le pesanti costruzioni di stile umbertino e per uno spazio libero alla sua sinistra, poiché continuava con il vasto cortile interno del collegio S. Maria. Sul retro la facciata era concava e costeggiata da un muro di cinta, alto quanto il primo piano, massiccio come spessore e distante meno di un metro dal muro maestro. Al di là del muro un giardino ricco di piante, in cui zampillava anche una piacevole fontana e in cui era situata una graziosa palazzina che più tardi avrebbe ospitato la mensa ufficiali e sottufficiali delle S.S.

Era possibile passare dalla costruzione principale al giardino interno, attraverso una piccola porta, peraltro quasi sempre chiusa, e comunque costantemente vigilata da soldati armati. Era la via percorsa dalle spie, da coloro che, senza essere visti, volevano trattare con le S.S.

Herbert Kappler, capo della Gestapo e delle S.S. del Lazio

In un secondo momento tutto il fabbricato era stato consegnato all’obersturmführer Herbert Kappler, che ufficialmente come carica riconosciuta, era addetto dell’ambasciata del Reich a Roma. Di fatto, invece, divenne il capo effettivo della Gestapo e di tutte le S.S. del Lazio, e non ci furono episodi determinanti o decisioni prese dalle autorità di occupazione che non lo vedessero protagonista in prima persona.

Il suo nome divenne ben presto sinonimo di tortura e di morte tra i romani e tutti lo consideravano il «nemico» per antonomasia.

Già prima dello scoppio della guerra egli si trovava in Italia, come ufficiale di collegamento con la Polizia italiana e prima di avere l’incarico a Roma, aveva diretto tutta la Polizia tedesca nell’Italia meridionale. È proprio a causa di questa lunga esperienza fatta negli anni precedenti, della sua buona conoscenza della lingua, e della fittissima rete di relazioni con personaggi di spicco, che egli ha potuto dirigere senza nessuna difficoltà tutta la Polizia tedesca durante i 9 mesi di occupazione. Sia quella germanica alle sue dirette dipendenze, sia quella fascista a lui subordinata, insieme alle varie bande, chiamate, per qualificarle, «squadre speciali», tra le quali spiccava soprattutto la famigerata organizzazione terroristica del tenente Koch. Non bisogna inoltre trascurare i numerosi membri della quinta colonna nazista che già da anni si erano stabiliti in Italia con specifici e spesso rilevanti incarichi, ma che in realtà non erano altro se non agenti speciali della Gestapo. Tra questi individui primeggiava il prof. Siebert, lettore di lingua tedesca presso la facoltà di lettere dell’Università di Roma.

Le strade adiacenti

La facciata principale dell’edificio aveva due ingressi, contrassegnati dai numeri 155 e 145. In realtà si trattava di un unico complesso, in quanto all’interno le due costruzioni originarie erano state unite mediante l’apertura di due corridoi rispettivamente al I e III piano.

Le strade adiacenti erano tutte state bloccate da cavalli di Frisia e da postazioni armate e, naturalmente, davanti all’edificio si poteva solo transitare a piedi e in fila indiana sul marciapiede opposto, sotto lo sguardo inquisitore di molte S.S. che imbracciavano un mitra. Una ampia parte del lato sinistro, rispetto a chi guarda, fu adibito a caserma della Gestapo, ad alloggi per ufficiali e sottufficiali, a magazzini, a uffici e depositi vari; ciò che rimaneva a luogo di detenzione.

Tutto il lato destro fu interamente trasformato in carcere, salvo il piano terra e il primo piano che furono invece adibiti a fureria, a ufficio matricola e soprattutto a locali dove si svolgevano gli interrogatori, i confronti e, molto spesso, le più drammatiche torture. Vicino alla fureria, in una stanza archivio, venivano raccolti tutti gli oggetti trovati addosso agli arrestati e che venivano poi catalogati su particolari schede, con meticolosità alcune volte assurda.

Le celle

Le celle erano sistemate nelle camere degli appartamentini che si affacciavano a 2 a 2 sui vari pianerottoli e davano tutte su di un grande ingresso centrale. Ogni alloggio comprendeva 1 camera più grande (metri 4,85 x 5,95), nella quale erano rinchiusi fino a 12 o 14 prigionieri, 2 più piccole, una cucina e un sgabuzzino cieco (largo 1,30 metri), che fungeva da tetra cella di isolamento. Inoltre vi era un gabinetto igienico.

Per assoluta sicurezza, per impedire che qualsiasi forma di messaggio potesse uscire dal carcere, le finestre erano state totalmente murate con mattoni pieni e in nessun modo poteva filtrare la luce del giorno. All’esterno erano state abbassate le persiane, fatte a saracinesca.

Sulle porte delle celle era stata praticata un’apertura, protetta da una robusta inferriata, che dava sulla saletta d’ingresso, che a sua volta riceveva un po’ d’aria dalla tromba delle scale. Quest’aria, anche in considerazione del numero elevato dei detenuti che si affollavano in ogni appartamentino (fino a 25-30), non poteva assolutamente essere sufficiente per sopravvivere e le stesse guardie, che pure sostavano all’interno per brevissimi periodi, non resistevano. Per questo furono effettuate nelle singole celle, escluso lo sgabuzzino, delle piccolissime aperture che, pur non comunicando direttamente con l’esterno, permettevano per mezzo di un tubo un minimo ricambio d’aria, anche se non poteva filtrare la luce. Solo nel mese di maggio, nelle stanze più grandi, furono aperti dei minuscoli finestrini (cm 40 x 25), naturalmente protetti da grate fittissime e impenetrabili, a circa 2 metri e mezzo da terra, con sportelli all’interno e con «bocche di lupo» all’esterno, cioè con gabbie di legno che non permettevano di vedere, ma solo lasciavano filtrare un po’ d’aria e di luce.

Altro notevole sollievo fu la rimozione del muro che chiudeva la finestra del gabinetto e la sostituzione di questo con una pesante inferriata. In questo modo per la prima volta, sia pure per pochi minuti, i prigionieri potevano vedere le piante del cortile interno. Naturalmente gli sgabuzzini ciechi rimasero sempre nello stato primitivo.

Nelle celle non esisteva luce elettrica e l’unica forma di illuminazione proveniva dalla lampadina che era posta al centro della saletta d’ingresso, attraverso le aperture praticate sopra le porte.
Le porte erano di legno verniciate di verde scuro e in ognuna di queste era stato praticato un foro, protetto da un dischetto che poteva essere girato, permettendo a chi era di guardia di osservare l’interno.

L’unico arredamento delle celle, e non certo di tutte, era un tavolaccio alto circa 5 centimetri, largo 1 metro e lungo 2. È chiaro che nei momenti di affollamento maggiore, per una evidente questione di spazio, molti detenuti non potevano usufruire di questa miserabile comodità, e di conseguenza dovevano passare le loro giornate e le loro notti rannicchiati a terra, dato che non tutti avevano la possibilità di distendersi.

Nelle celle di isolamento non c’era assolutamente nulla.

I gabinetti

I gabinetti erano privi di porta e chiunque ne usufruisse era sempre sotto lo sguardo raramente indifferente, talvolta ironico, ma più spesso duro e sprezzante della guardia preposta ad un compito così spiacevole e avvilente che, proprio per questo, si prendeva la sua rivincita umiliando i prigionieri, che avevano a loro disposizione non più di un paio di minuti. Così, molte volte, questi momenti che avrebbero dovuto costituire un attimo di sollievo, almeno per chi aveva la forza di trascinarsi sulle sue gambe, diventavano occasione di indicibile sofferenza morale, perché si aveva la sensazione di essere fragili oggetti di scherno in mano a volgari e sboccati aguzzini.

Sul pianerottolo delle scale stanziavano giorno e notte guardie armate, che controllavano agevolmente i 2 appartamenti di cui erano state aperte le porte d’ingresso. Alcune di queste erano ottuse e inumane e applicavano alla lettera le disposizioni emanate da Kappler: non era possibile scambiare una parola ad alta voce, non si poteva chiedere nulla, bisognava star lontani, nella stessa cella, dai compagni di sventura che tornavano dagli interrogatori, massacrati, tumefatti, coperti di sangue e talvolta ustionati. Altre invece erano più comprensive e rimanendo sul pianerottolo evitavano di guardare e di sentire.

I reduci di Via Tasso che sono ancora vivi, ricorderanno certamente un certo Paul, austriaco, lui stesso condannato per reati minori, ma adibito a servizio di guardia, che qualche volta ha addirittura permesso ad alcuni prigionieri di usufruire del gabinetto fuori orario sia pure ostentando modi bruschi e violenti. E per un tedesco delle S.S. ciò era un rischio enorme.

Le celle femminili e l'infermeria

Tutti gli appartamenti erano adibiti a carcere maschile, tranne alcune celle del IV piano riservate alle donne e una parte del V, in cui era stata istituita una parvenza di infermeria. In realtà venivano ricoverati in questi locali solo quelli che fossero eventualmente colpiti da qualche malattia infettiva, in attesa di essere smistati altrove. Non certo quelli che venivano tormentati durante gli interrogatori e talvolta resi irriconoscibili. Anzi, quando venivano riportati nelle rispettive celle ridotti in condizioni pietose, spesso trasportati in una coperta da quattro S.S., privi di sensi, se ne faceva una macabra esibizione, perché tutto ciò doveva costituire un esempio per gli altri rinchiusi.

La vita quotidiana nel carcere di via Tasso

La vita quotidiana era molto elementare e semplice, apparentemente senza mai una novità.

Alle sette di mattina la sveglia con un imperioso «Aufstehen» dato alle guardie. Immediatamente quei pochi che avevano in dotazione una coperta dovevano ripiegarla. Quindi si andava al gabinetto dove, come si è detto, erano concessi pochissimi minuti per tutte le pulizie, compresa la lavatura del barattolo o della ciotola che era l’unico recipiente concesso per mangiare e per bere.

Dopo si doveva pulire la cella: e poiché questo doveva esser fatto a porte chiuse, con un’unica ramazza in dotazione al piano, si può immaginare quale fosse l’atmosfera irrespirabile oltre che a causa della normale mancanza d’aria, anche per la polvere sollevata.

Cominciava quindi l’attesa per l’unico pasto, immangiabile, ma disperatamente atteso, che non veniva distribuito a orario fisso, ma a piacimento di chi quel giorno era preposto ad andarlo a ritirare al carcere di Regina Coeli.

Era sempre lo stesso: «una minestraccia fatta a base di acqua, torsi di cavolo spesso ancora crudi, qualche patata marcia, niente sale e niente condimento: venivano somministrate 2 pagnotelle di pane spesso acido, del peso nominale di 200 grammi» (Armando Troiso, Roma sotto il terrore nazi-fascista, 1944). Se qualcuno al momento della distribuzione si trovava sotto interrogatorio, perdeva il pasto e molti prigionieri, specie quelli in cella di segregazione, sono stati privati del cibo per diversi giorni consecutivi, per fiaccarne maggiormente la resistenza. Verso sera era possibile andare al gabinetto e alle 20 tutte le porte venivano chiuse fino alle 7 del mattino dopo. In nessun caso potevano essere aperte prima.

Se questo era il ritmo apparentemente regolare e metodico nella sua brutale semplicità della vita carceraria, drammatica era l’esistenza di ciascuno. Tutti avevano dentro di sé la loro storia: una vicenda che non doveva trapelare, perché ciò avrebbe significato la cattura e la morte di altri, spesso carissimi compagni di lotte, uniti molte volte da vincoli di amicizia profonda o addirittura di sangue.

Ogni prigioniero aveva i suoi segreti da proteggere, i suoi ideali che lo aiutavano a resistere di fronte ai più tremendi supplizi e alle più vergognose nefandezze. Una fede religiosa, una convinzione politica, l’amore per la libertà e i rifiuto istintivo per ogni violenta sopraffazione.
Conoscevano tutti quale sarebbe stata la loro fine; ma per molti questa soluzione era attesa come il termine di un incubo, perché con la morte sarebbe almeno finito il dramma insopportabile della sofferenza fisica e quello ben più angoscioso della incertezza sulle proprie capacità di resistere ancora.

E poi, nel cuore di ognuno, il mondo dei propri affetti, il volto delle persone care che nei momenti di solitudine e di angoscia, ci appaiono come un’ancora capace di sostenerci e di aiutarci. Per questo i graffiti sui muri, scritti in momenti in cui sembrava che ogni speranza fosse scomparsa, non hanno mai la tonalità aggressiva di chi ha di fronte il nemico, ma piuttosto esaltano l’amore per la vita, per la patria, per la libertà e tentano di rassicurare chi rimane o almeno vogliono indicare agli altri una via da seguire.

Tags: Roma, occupazione nazista, Kappler, Fosse Ardeatine, oro, Via Tasso

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