16 ottobre 1943

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la deportazione degli ebrei di Roma

 

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Il processo a Kappler

Arrestato dalle truppe inglesi alla fine della guerra, Herbert Kappler venne trasferito alle autorità italiane nel 1947, e processato da un tribunale militare riunitosi presso lo stesso Collegio Militare ove Kappler aveva rinchiuso gli ebrei romani in attesa del loro invio verso le camere a gas. Kappler si difese ostinatamente dalle accuse sostenendo di non aver fatto null'altro che eseguire ordini superiori.

La richiesta dell'oro

Ammise, nelle sue linee essenziali, le modalità inerenti alla richiesta dell'oro, effettuata, come affermò, di sua iniziativa e senza alcuna autorizzazione delle autorità superiori. Egli, dopo avere chiarito il proprio antisemitismo ed avere spiegato che secondo il suo pensiero il problema ebraico in Italia aveva proporzioni di gran lunga inferiori che in Germania, affermò che egli non riteneva utile, contrariamente a ciò che pensava per la Germania ed i paesi dell'est, una politica di annientamento degli ebrei italiani, in quanto costoro erano in numero assai limitato ed erano immigrati da altri paesi mediterranei e nel loro carattere molto diversi dai cosiddetti ebrei dell'est, i quali prima di venire in Germania, avevano assimilato qualità e vizi di altri popoli.

Precisò, quindi,di avere imposto agli ebrei romani un tributo di oro per togliere l'unica arma che, secondo lui, essi tenevano in mano e nella considerazione che, dopo quel pagamento, le autorità superiori non avrebbero fatto eseguire in Roma le misure di rastrellamento che già gli erano state preannunziate e che egli riteneva poco opportune.

«Parlai – afferma riferendosi al colloquio avuto con Foà e con Almansi – dell'unità dell'ebraismo mondiale, che costituiva un unico blocco ostile alla Germania: dissi che conseguentemente anche gli ebrei in Italia ed a Roma rappresentavano una parte di quel blocco: che le loro armi non sono armi da fuoco ma il danaro e l'oro, e che come tutti i nemici debbono essere disarmati delle loro armi, così ad essi dovevano essere tolte le armi dell'oro e del danaro».

La "minaccia" della deportazione

Kappler poi negò di avere minacciato la deportazione di duecento ebrei in caso di mancato versamento dell'oro, affermando invece di avere accennato assai vagamente, onde superare le obiezioni che venivano poste, alla eventualità di un rastrellamento. In sostanza, egli non voleva minacciare, ma intendeva dare un avvertimento, con molta circospezione stante la sua posizione di particolare responsabilità, circa il pericolo del rastrellamento.

«Il senso del mio discorso – affermò – corrisponde genericamente a quello che effettivamente dissi: solamente i due presidenti non hanno capito il filo conduttore del mio discorso, come ho spiegato sopra, ma alcune frasi da loro citate, in parte collocate fuori posto, sono effettivamente quelle che pronunziai». Questa giustificazione in merito alla minaccia cade di fronte alle precise dichiarazioni di Foà ed al comportamento tenuto dai tedeschi in questa circostanza.

Difatti, ad un chiarimento chiesto circa il preciso contenuto della minaccia fatta, Kappler rispose con parole che non ammettevano dubbi sulla minaccia stessa e che racchiudevano tutto il suo odio contro gli ebrei.«Chiedemmo anche se per la rappresaglia avrebbero potuto essere inclusi gli ebrei divenuti cattolici e rispose che dove c'era sangue ebraico per lui erano tutti nemici... Kappler aggiunse che se pagavano non avrebbero fatto nulla né contro di noi né contro i nostri figli».

«Gli ebrei romani avevano contatti con gruppi finanziari ebraici all'estero»

Infondata ed illogica è anche la tesi relativa al motivo che lo spinse ad imporre il tributo dell'oro. Certamente egli non si occupava della sorte degli ebrei romani, se, nell'inviare la cassa dell'oro al Kaltenbrunner gli diceva, nella lettera di accompagnamento «che gli ebrei romani avevano contatti con gruppi finanziari ebraici all'estero e che si sarebbero potuti sfruttare questi contatti per il servizio informazioni».

Scrivendo queste parole Kappler, il quale nell'esercizio delle sue funzioni dimostrò una spiccata prontezza d'intuito, indubbiamente capì di addossare agli ebrei romani una responsabilità che non sarebbe sfuggita alle autorità superiori e che avrebbe avuto gravi ripercussioni. Anche se l'idea di Kappler fosse stata condivisa dalle autorità centrali di Berlino, stante la rigida ed inflessibile politica antisemitica, non si sarebbe potuto ottenere, sempre che si fossero trovati ebrei disposti a collaborare con il servizio spionaggio tedesco, che un rinvio nell'adozione di quelle misure di deportazione in massa che in tutti i paesi militarmente occupati dalla Germania erano state già adottate. Di questo senza dubbio era convinto Kappler, ottimo conoscitore della politica razzista tedesca, il quale, se faceva quella proposta alle autorità superiori era per mettere in rilievo le sue doti di abilissimo funzionario di polizia, capace di mungere le vittime designate con metodo ed in maniera da ottenere da queste ogni loro risorsa materiale ed intellettiva.

Da notare come la “soluzione finale” per gli ebrei romani ebbe inizio il 24 settembre 1943 con l’ordine da Berlino di «trasferire in Germania» e «liquidare» tutti gli ebrei «mediante un’azione di sorpresa». Il telegramma riservatissimo era indirizzato al tenente colonnello Herbert Kappler, comandante delle S.S. a Roma, due giorni prima la richiesta dell’oro.

Dopo la prima deportazione

Se egli avesse agito, come affermò, per salvare la vita degli ebrei romani avrebbe avuto modo di venire incontro successivamente, quando infierivano i rastrellamenti e gli arresti, a disgraziate famiglie di ebrei, che, tramite ecclesiastici e diplomatici, si erano rivolte a lui per ottenere la salvezza dei loro cari. Invece, egli non svolse alcuna azione di favore (e ne avrebbe avuto il dovere stante la promessa fatta quando chiedeva l'oro), anzi si espresse con parole che dimostravano come, per lui, non avessero alcuna importanza persone nelle cui vene scorreva sangue ebraico.

Va poi messo in rilievo che Kappler, anche se fu estraneo, come egli afferma, al saccheggio del Tempio maggiore ed alla spoliazione delle biblioteche ebraiche né prese parte attiva al rastrellamento in massa del 16 ottobre 1943 provvide successivamente a fare operare arresti di ebrei il cui numero, nel periodo novembre 1943 - maggio 1944, raggiunse la cifra di 1200 circa. Ebrei che nella maggior parte furono inviati in campi di concentramento o furono fucilati alle Fosse Ardeatine: un'ulteriore prova che non fu il sentimento di salvare vite di ebrei che spinse Kappler a richiedere l'oro ma l’ambizione di mettere in rilievo doti di abilità e di dedizione alla politica razzista del nazismo.

Tags: Roma, Auschwitz, shoah, ghetto, antisemitismo, deportazione, occupazione nazista, Kappler, Fosse Ardeatine, oro, Via Tasso

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